La verità e il rifiuto

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

La verità è che mi manchi. 
Che non ti ho veramente ascoltato in tante delle cose che hai detto. 
Che ci tengo ancora a ringraziarti perché mi hai messo di fronte a parti di me irrisolte e potenti. 
Che mi sono affezionata molto a te, anche se non so bene tu chi sia, ma ho la presunzione di leggerti e di averti letto, almeno in parte. 
Che vedo una luce dentro di te che mi piace. Che vedo delle ombre dentro di te che mi piacciono e mi spaventano. 
Che abbiamo fatto entrambi una corsa contro il tempo e abbiamo già tratto un milione di conclusioni senza senso. 
Che nessuno di noi due è stato capace di vivere davvero ciascun momento per quello che era. 
Che mi hai raccontato le tue paure, me le hai mostrate e mi hai dato delle indicazioni su cosa fare con te, che so bene che rifiutandoti probabilmente non saremmo qui. 
Che ogni tanto le proiezioni di ciascuno di noi sono più forti e ci danno la conferma che la nostra lettura del mondo è giusta e il copione che vogliamo raccontarci e seguire è quello più opportuno. 
Che mi mancano i tuoi baci e i tuoi abbracci e non so se sono ancora pronta a riguardarti negli occhi senza desiderarli. 
Che di fronte a te mi sono sentita veramente profondamente nuda. 
Che mi auguro tu stia bene. 

Quella volta che ho riflettuto su quello che vuol dire per me trovarmi di fronte al rifiuto, ho pensato a quali differenze potevo osservare nella me prima di tutti i percorsi di counseling e di coaching che ho fatto per la mia crescita personale in prima battuta e poi per diventare una professionista della relazione d’aiuto, e mi sono trovata profondamente diversa.

Ho osservato in che modo avrei potuto reagire nel sentirmi rifiutata prima di essere centrata su me stessa e al centro delle mie riflessioni e trasformazioni e quando ero concentrata a osservare l’altro, le sue colpe e quello per cui non ero stata abbastanza.

Essere abbastanza, una richiesta impegnativa che ci mette in gioco: ma esattamente, essere abbastanza rispetto a che cosa?

A quel punto mi sono chiesta nuovamente qualcosa: ovvero sino a che punto ero stata profondamente in contatto con le mie istanze, avevo osservato e ascoltato quelle altrui, quanto fossi stata effettivamente vulnerabile, ma sopratutto avessi saputo ringraziare l’altro per il percorso fatto insieme come un maestro dal quale avevo imparato tante lezioni, lui come essere altro da me e la vita, come colei che ci permette di essere esattamente nel momento giusto nel luogo in cui dovremmo essere, ad affrontare la prova che è la più opportuna per noi in quel momento.

Mi sono accorta anche di quello che vuol dire crescere davvero e imparare da ogni contesto, quello anche più difficile e doloroso. Cosa potesse voler dire mettermi in discussione profondamente, ma non al punto da allontanarmi da me stessa, ma sino a chiedermi quale fosse lo scopo centrale per me e quale fosse il vero obiettivo della mia crescita. E ho cominciato a trovare qualche altra risposta, come qualche altra domanda, foriera di nuovi spunti e nuove riflessioni.

Ed è sempre esattamente da quel punto che riparto: l’essere vulnerabile per me stessa e per ciò che devo affrontare, guardare di fronte a me quello che mi si presenta come quesito, quelle che sono le profonde richieste che io pongo a me stessa e quelle che derivano dalla relazione con l’altro, che tutto ridiscute, sino a spingermi a ricostruire sempre nuove fondamenta.

E forse, nel mio caso, penso sia esattamente il vero sale della vita.

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