L’io è una foresta


E’ l’apertura verso una scienza psichedelica che ci permette di stare a contatto con tutte le forme viventi e interpretare il nostro vivere non esclusivamente attraverso il filtro del pensiero umano, ma attraverso uno sguardo che ci consente di avere una visione del mondo allargata, in cui il dialogo con gli altri esseri non umani che condividono con noi l’esistenza su questo pianeta, ci permetta di avere un punto di vista spirituale sul senso della vita. Sono studi “post umani” su ulteriori spazi di critica e di possibilità, visioni non esclusivamente alternative, ma integrative del nostro modo di vedere e interpretare la realtà, partendo anche dal rispetto per una convivenza pacifica e maggiormente approfondita di quella che può essere la complessità dell’esistere. E’ quello che fonderebbe il legame tra processi di rappresentazione dei viventi, anche non umani, per una “antropologia oltre l’umano“.

E’ questa la teoria alla base dell’affascinante libro di Eduardo Kohn, “Come pensano le foreste“, in cui viene affrontata la questione del pensiero dei viventi, ovvero della loro capacità di rappresentarsi il mondo, indipendentemente da quali siano le forme comunicative a cui è possibile fare riferimento. A questo proposito, Kohn scrive: “da una parte ci illudiamo che la rappresentazione appartenga esclusivamente all’umano, dall’altra supponiamo che ogni forma di rappresentazione “abbia proprietà simili al linguaggio”.

“L’antropologia è stata nel secolo scorso un esercizio di resistenza sistematica a ogni pretesa di trasparenza dell’io. All’evidenza per cui basterebbe guardare dentro di sé per conoscersi, essa ha opposto la necessità di conoscere gli altri prima di iniziare qualsiasi forma di confessione. Alla rivendicazione dell’identità e delle culture di potersi spiegare da sé attraverso un racconto o un mito riconosciuto come proprio e autentico, l’antropologia ha sempre opposto la ripetuta constatazione che ogni mito è la trasformazione dialettica di un altro mito a cui si rapporta storicamente e logicamente e che ogni cultura quindi può essere spiegata e capita solo attraverso la comparazione con un altro mito appartenente ad altre culture. Non c’è nessuna forma di autoctonia: nessun mito è originario e nessun territorio è cognitivamente e culturalmente autonomoQuesta torsione non è solo geografica e cognitiva, è anche e soprattutto psicologica. È l’io che piegandosi in un atto di introspezione scopre in sé ogni volta un’alterità insopprimibile… L’antropologia si è allora strutturata come l’esercizio di una curiosa forma di confessione per ventriloquia assieme psicologica e culturale: si può dire io sempre per interposto soggetto e interposta identità. Per questo, “nell’esperienza etnografica l’osservatore si coglie come il suo proprio strumento di osservazione; con ogni evidenza è necessario per lui imparare a conoscersi, ottenere da un sé che si rivela come altro a un io che l’utilizza una valutazione che diventerà parte integrante dell’osservazione di altri sé”. Ma la sua importanza sta nell’aver fatto di questa ventriloquia la forma paradigmatica di ogni relazione di un soggetto a se stesso. Non solo rapportandosi ad altre culture si scopre nell’altro qualcosa di sé e in sé qualcosa di chi ci è davanti che parla in noi. È l’io che è strutturalmente ventriloquo: un teatro in cui si parla sempre al posto dell’altro e nel corpo d’altri. Alle tendenze egotiste della tradizione cartesiana, che ha fatto della coscienza un monolocale psichico in cui poter celebrare sottovoce il proprio solipsismo, l’antropologia ha sostituito un carnevale planetario in cui l’io penso è diffratto, diffuso tra tutti i popoli e tutte le culture, oltre qualsiasi rivendicazione di privilegio della modernità di esprimere una ragione universale. Non è un caso se l’antropologia è stata il sapere che ha assieme accompagnato in contrappunto “l’invenzione del globo” – il lungo processo di conflitti, conquiste, resistenze che non solo hanno ridisegnato la geografia della Terra, ma ne hanno sancito un’unificazione politica, economica e tecnologica. Pur restando fedele al programma di instaurare una ventriloquia culturale su scala planetaria, negli ultimi decenni l’antropologia si è data un ulteriore scopo: quello di far entrare in questo teatro forme di vita diverse da quella umana.” Emanuele Coccia, nella prefazione al libro dell’antropologo Eduardo Kohn “Come pensano le foreste“, ci introduce a una visione molto interessante che può diventare un punto di vista effettivamente estremamente affascinante: il far entrare nuove forme di vita nel teatro umano e in questo modo sviluppare una nuova visione della realtà che ci permetta di esplorare le altre forme di vita con l’interesse di chi può capirne la complessità per farne un laboratorio di osservazione che possa essere apertura verso nuove e ancora inesplorate forme di possibilità sconosciute e promettenti.

Illustrazione di Agostino Arrivabene, da La Divina Commedia

“L’affermazione dell’universalità del pensiero coincide allora con il riconoscimento che il pensiero è vita”: questo tipo di esperienza ha la capacità, infatti, di dissolvere buona parte del proprio rapporto con l’Ego, per cominciare a essere parte del tutto e fare esperienza di un amore universale, non necessariamente rivolto a qualcosa in particolare. E’ come se non ci fosse più la percezione di un sé separato dalla realtà, ma come se i confini dei nostri mondi interiori cominciassero ad averne altri. In parte, se ne può avere una visione anche più esoterica, per quello che riguarda l’interpretazione di sogni profondi, fatti a contatto con il sostrato naturale in cui si vive, o per quello dell’esperienza fatta assumendo decotti di piante sacre.

Nel dialogo con Manari Ushigua, Eduardo Kohn esplora tutte le possibilità che gli sciamani hanno di stare a contatto profondo con gli elementi naturali: “Dentro, nella foresta, con la comunità si parla – tu lo sai – di come usare il tabacco, di come entrare in connessione con il mondo spirituale per mezzo dei sogni e delle camminate nella foresta, e di come vivere a partire dal mondo spirituale. E questo è importante perché al giorno d’oggi pensiamo troppo basandoci sul mondo materiale. Con tutto quello che sta succedendo al nostro pianeta dobbiamo ricordare nuovamente come vivere a partire dal mondo spirituale.”

Il rapporto con questo mondo segue pratiche di grande rispetto e contatto con gli elementi naturali a cui si fa riferimento, attraverso delle vere e proprie cerimonie che permettono di sviluppare un profondo contatto con gli esseri viventi non umani. L’ayawasca, decotto ricavato dalle piante sacre e dalla lavorazione di pezzi della liana Banisteriopsis caapi (anch’essa detta ayahuasca) e le foglie dell’arbusto Psychotria viridis (noto come chacruna), viene dunque utilizzata come il portale che consente il dialogo con la conoscenza profonda per capire che tutto è interconnesso nel mondo naturale degli esseri viventi, anche come perdita del sé e della sua parte egoica.

Questo modo di stare a contatto con il mondo è anche il modo che gli sciamani, i dottori della foresta a cui rivolgersi per rimettersi in connessione con se stessi e con gli altri, hanno di usare le piante sacre. Gli stessi sciamani fanno uso delle piante sacre, che essi stessi vedono come medicine, per stare in profonda connessione con i loro pazienti, o con coloro che vogliono accompagnare nel viaggio con le sostanze psichedeliche, per contattare il pensiero profondo e allargato che ci mette in connessione con tutta l’esistenza, attraverso tutti gli esseri viventi. “Sumak kawsay è un concetto che proviene dal mondo spirituale e ci segnala l’importanza di essere in equilibrio con il mondo della foresta. Quando otteniamo quest’equilibrio possiamo agire con rispetto verso gli altri, riconoscendo che la foresta ha la sua vita e il suo modo di aiutare noi e gli altri esseri viventi.” La direzione del Sè parte infatti dalla profonda connessione con il tutto, con il dialogo con le altre forme viventi, con il rispetto per queste, mettendo gli esseri umani in connessione con un pensiero che può essere condiviso anche con loro. “…dobbiamo lasciare che gli stessi pensieri di una foresta vivente ci attraversino affinché arrivino agli altri. Gli esseri selvatici ce li stanno offrendo per permetterci di vivere insieme. E a te, quando inizi a pensare con loro, a sognare e a prendere l’ayawaska, quello che ti raccontano viene fuori tutto in una volta, per iscritto.”

“Questi incontri con altri esseri ci spingono a riconoscere il fatto che vedere, rappresentare e forse conoscere, o persino pensare, non sono questioni esclusivamente umane. Come cambierebbe la nostra comprensione della società, della cultura e dunque del mondo che abitiamo, se assumessimo questa idea? Come cambierebbero i metodi, il raggio d’azione, la pratica e la posta in gioco dell’antropologia? E, cosa piú importante, in che modo cambierebbe la nostra comprensione dell’oggetto dell’antropologia – “l’umano” – dato che nel mondo oltre l’umano possiamo talvolta rintracciare aspetti che preferiamo attribuire solo a noi stessi? Il fatto che i giaguari abbiano una rappresentazione del mondo non significa necessariamente che sia uguale alla nostra. E questo cambia anche la nostra comprensione dell’umano. Nel regno oltre l’umano, i processi che pensavamo di aver capito così bene e che ci sembravano così familiari, come quello della rappresentazione, iniziano improvvisamente ad apparire strani.

Illustrazione di Lobsang Melendez Ahuanari

“Quando prendi l’ayawaska vedi dei modelli o figure (muru) e ognuno di questi modelli è come una porta che puoi aprire e in cui puoi passare, e dove puoi esplorare e apprendere. Apprendi sulla tua vita e sul mondo e, subito dopo, questa porta si chiude e se ne apre un’altra. Se prendi l’ayawaska molte volte puoi capire qualcosa di molto piú ampio, il kawsana yachay (conoscenza della vita); puoi capire quello che sta succedendo al mondo, e subito dopo la mente – tak – si chiude ed esci di nuovo. Non riusciamo sempre a custodire quest’apertura. A volte, il nostro corpo si spaventa e vogliamo tornare rapidamente indietro.”

Sarà bene porsi l’interrogativo, come occidentali, di quanto il turismo per il contatto con gli sciamani abbia profondamente cambiato questo tipo di esperienze nei decenni e quanto le popolazioni amazzoniche desiderino comunque preservare una storia millenaria di contatto con una natura non più incontaminata, ma sempre preziosa e profondamente saggia, e con delle pratiche che talvolta possono essere svuotate del significato e delle energie originarie.

La presenza di rapporti con il mondo allargato della comunicazione con gli altri esseri viventi e con l’universo tutto, così come con lo stato di coscienza del sogno, altri stati della coscienza del Sè, può dunque aiutarci a mantenere un contatto ancora più profondo con noi stessi?

Probabilmente rimane comunque aperta la questione di come venire a contatto con questo tipo di esperienze, quanto esserne attratti o spaventati e guardinghi, quanto ritenerle efficaci. Per questi motivi, in calce, consiglio la visione del video Revealing the Mind: the Promise of Psychedelics.

Consiglio anche la lettura del bellissimo libro Come cambiare la tua mente di Michael Pollan.

Illustrazione di Peggy Collins

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