Non basta diventare grandi per essere adulti e Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé

Illustrazione di Hülya Özdemir

“Ogni bambino non nato è un bambino che va comunque conteggiato tra i figli”

Emily Mignanelli, Non basta diventare grandi per essere adulti.

La prima citazione che propongo di questo testo, mi fa pensare a me stessa, alla bambina interiore a cui non ho ancora dato il permesso di nascere e tantomeno di crescere per poter diventare finalmente e completamente adulta. E’ come se ci fosse sempre una parte di noi che rimane celata, sebbene il lavoro su di sé sia stato ampio, approfondito e di lunga durata. Avere sempre maggiori strumenti di approfondimento è la mia filosofia da un po’ di tempo, qualcosa che mi anima e che continuo a perseguire con gioia, entusiasmo e amore.

Seguendo il bellissimo suggerimento di Francesca Zampone, in un video pubblicato sul profilo Instagram di Accademia della Felicità, ho acquistato il testo di Emily MignanelliNon basta diventare grandi per essere adulti“.

La descrizione di questo testo è la seguente: “Finché non prendiamo in carico la nostra infanzia, finché non la guardiamo, curiamo, risarciamo, ascoltiamo, adulti non lo diventeremo mai. Prenderla in carico non significa tenere in vita il bambino che siamo stati, al contrario. Significa guardare con lucidità indietro, nel viaggio iniziale che ha formato quello che siamo ora, ridando i giusti pesi e restituendo ciò che non ci appartiene. Questo non è un lavoro interiore riservato a chi ha figli, tutt’altro, è un’immersione necessaria a chiunque, perché l’infanzia è una condizione umana imprescindibile per tutti noi. Solo così scopriamo chi siamo ora, se siamo padroni della nostra vita, e capiamo come metterci al suo timone. Questo è il modo per smascherare e disinnescare copioni tossici che creano sofferenza e rendono prigionieri. Questo è il modo, perché il segreto delle nostre esistenze è nell’infanzia, scatola nera e quartier generale del nostro esserci. Da lì tutto è cominciato e, quando ci perdiamo, è esattamente lì che dobbiamo tornare. Se qualcuno vi chiedesse quando si diventa adulti, cosa rispondereste? Siamo sicuri che indipendenza economica, lavoro, tetto sopra la testa, razionalità di pensiero siano condizioni per potersi definire adulti? In questo libro Emily Mignanelli traccia il confine di dove finisce l’infanzia e inizia l’adultità, oltre il quale si apre la strada verso una vita pienamente nostra. Per noi, e per i figli che dobbiamo crescere.”

Della descrizione di se stessa, nella pagina della sua biografia, mi ha anche colpita molto questa frase, che trovo assolutamente calzante anche rispetto a quello che io ho sempre pensato di me stessa e alla direzione che ho sempre desiderato avere: “Poi faccio alcune cose nella vita, che mi danno l’opportunità di manifestare me stessa.
Credo che nella nostra epoca ci sia molta confusione tra chi siamo e ciò che facciamo, il piano dell’essere e del fare troppo spesso si fondono e dobbiamo esser ben vigili per evitare costantemente che questo avvenga.”

Il libro sembrerebbe scritto per genitori che hanno figli o desiderano averne e quindi si mettono in una prospettiva educativa consapevole. L’ho trovato però utilissimo anche per tutti coloro che non sono genitori, ma, in un certo qual modo, sono ancora figli e non hanno superato completamente e in modo veramente costruttivo il legame con i propri genitori, ancora vivi o non più presenti nell’esperienza terrena. Ogni capitolo del libro si conclude con degli esercizi preziosissimi, che danno la possibilità di affrontare, pienamente e con grande spirito di presenza, tutti quei nodi del passato che costituiscono i nostri blocchi nella vita emotiva adulta. Molti interessanti anche gli elementi che mi hanno richiamato alla mente i lavori che si possono fare attraverso le costellazioni familiari oppure attraverso i copioni dell’analisi transazionale.

Ho divorato questo bellissimo libro, da cui a tratti mi sono sentita profondamente trafitta, nonostante negli anni abbia più volte lavorato affinché la rielaborazione dei miei vissuti infantili potesse portarmi a vivere la mia storia adulta da un punto di consapevolezza ma, seppure con questa premessa, nella lettura di questo testo, ho trovato interessante ritrovarmi ancora una volta di fronte al concetto centrale di assunzione di responsabilità riguardo al proprio dolore e al dolore per quello che siamo stati da bambini.

“Abbiamo dovuto negare porzioni della nostra infanzia per sopravvivenza, quando il dolore era troppo forte e la situazione insostenibile abbiamo dovuto per forza di cose dirci che non stava avvenendo davvero, che non era possibile, che no, quella non era la vita che volevamo. E allora meglio fingere che nulla stesse accadendo e, se questo non era possibile, allora meglio dimenticare. La memoria è la corda che ci lega al passato e, se io rinnego quel porto, cercherò di mollare l’ormeggio… In noi permangono residui di un bambino che continua a chiedere e pretendere giustizia, che desidera che gli venga detto: “Sì, diamine sì, è vero che ti sei sentito abbandonato, è vero che hai avuto paura, è assolutamente vero che avevi troppe aspettative addosso”. Questo è uno dei motivi per cui ancora proviamo rancori, rabbie o risentimenti verso i nostri genitori o, al contrario, siamo eccessivamente remissivi e cerchiamo di compiacerli, perché riteniamo che la narrazione che ci è stata, e continua a essere, fornita della nostra infanzia nega i sentimenti che noi abbiamo provato. Non sempre questo avviene a livello cosciente, eppure si svolge nelle nostre segrete… Quel bambino porta una storia e voi dovete raccontarla, perché lui non ha più le forze per farlo. Compilate la sua cartella con precisione, con onestà, con professionalità scrivete chi era, di cosa è morto, quando e perché. Voi siete il suo ultimo testimone, il più importante, quello che metterà un punto.”

La constatazione forse più amara, ma al tempo stesso più potente, riguarda proprio l’impossibilità di non fare i conti con il dolore, pure se questo viene rinnegato e rimosso attraverso il processo che ci porta a diventar grandi, ma per l’appunto, non necessariamente adulti, o gli adulti che potremmo essere nella ricerca del nostro Sé.

Ciò che viene messo in evidenza è l’incapacità di guardare profondamente con attenzione al bambino e alle sue sofferenze, da un’educazione che lascia spazio a delle linee guida costrittive e coercitive, sebbene in alcuni casi non esattamente volontarie. La prospettiva da adulti è quella di dover necessariamente fare i conti con tutti i dolori rimossi da piccoli, pena il crescere come persone cieche emotivamente, distanti da se stesse, con dipendenze di vario genere e nevrosi da affrontare ed eventualmente da sanificare.

Guardare alla propria infanzia come l’unico luogo in cui trovare la chiave per affrontare e poi liberarci, attraversandoli, tutti i sentimenti negativi che a essa ci legano e ci condizionano nell’età adulta è una responsabilità complessa da assumersi, ma probabilmente l’unica in grado di concederci profondamente e una volta per tutte di guardare con consapevolezza a tutti i sentimenti negati e alle nostre incapacità emotive.

Il libro di Emily Mignanelli mi ha riportata a un’altra lettura assolutamente illuminante, ovvero quella di Alice Miller e del dramma del bambino dotato, che si perde nella vita cercando la direzione del vero Sé, ove mai sentisse l’esigenza profonda di cercarlo e onorarlo.

Con le parole a me care, mi esprimerei dicendo che probabilmente è la ricerca e la valorizzazione del proprio #daimon quello che ci preme ed è capace di riportarci alla ricerca di noi stessi, allo sganciarsi dalle figure genitoriali, ai loro sentimenti, ai blocchi della nostra infanzia, per procedere verso noi stessi e il nostro poter diventare adulti in pienezza.

Alice Miller è stata una psicologa, una psicanalista e una saggista. Si è occupata prevalentemente di psicologia dell’età evolutiva e degli esiti negativi che gli abusi psicofisici inflitti ai bambini e alle bambine, in particolare all’interno della famiglia, comportano nella crescita e nell’età adulta. Si è distaccata dalle posizioni della psicoanalisi tradizionale, impostando un proprio modo di concepire e praticare la psicoterapia secondo cui, nella lotta contro i disagi psichici, abbiamo solo un mezzo a disposizione: scoprire a livello emotivo le verità che possono emergere dalla storia unica e irripetibile della nostra infanzia. Non potendo cambiare il passato abbiamo la possibilità di cambiare noi stessi acquisendo la consapevolezza del nostro percorso e affrontando il dolore della nostra infanzia, lavorando sui sentimenti di allora come fossimo di fronte alla rielaborazione di un lutto. Molti dei mali del mondo sono attribuiti da Alice Miller ai danni subiti nell’infanzia da ciascuno, così come molte dipendenze e abusi servono per combattere la “noia” e la “quiete” che può far percepire di nuovo quel “vuoto”, quella “solitudine” dell’infanzia.

Ho trovato anche molto interessante la riflessione per coloro che diventano psicoterapeuti, poiché hanno potuto nell’infanzia stare a contatto con la parte di sé che ha permesso di affinare la propria capacità intuitiva per  cercare di capire come sopravvivere nel contesto familiare in cui sono cresciuti.

“Nel corso dei vent’anni della mia attività terapeutica mi è continuamente capitato di essere messa a confronto con un destino infantile che mi pare caratteristico delle persone che scelgono professioni volte ad aiutare il prossimo. 1) Era sempre presente una madre profondamente insicura sul piano emotivo, la quale per il proprio equilibrio affettivo dipendeva da un certo comportamento o modo di essere del bambino. Questa insicurezza poteva facilmente restare celata al bambino e alle persone del suo ambiente, nascosta dietro una facciata di durezza autoritaria o addirittura totalitaria. 2) A questo bisogno della madre o di entrambi i genitori corrispondeva una sorprendente capacità del bambino di percepirlo e di darvi risposta intuitivamente, dunque anche inconsciamente, di assumere cioè la funzione che gli veniva inconsciamente assegnata. 3) In tal modo il bambino si assicurava l’«amore» dei genitori. Egli avvertiva che di lui si aveva bisogno, e questo legittimava la sua vita a esistere. La capacità di adattamento viene sviluppata e perfezionata fino a trasformare questi bambini non solo in madri (confidenti, consolatori, consiglieri, sostegni) delle loro madri, ma anche in aiutanti che si assumono la responsabilità dei fratelli più piccoli; essi sviluppano in definitiva una sensibilità tutta particolare per i segnali inconsci dei bisogni altrui. Nessuna meraviglia che scelgano in seguito la professione di psicoterapeuta. Chi altrimenti, senza una simile storia alle spalle, avrebbe interesse a passare l’intera giornata a scoprire che cosa succede nell’inconscio altrui? Ma nel formarsi e nel perfezionarsi di questa fine sensibilità, che un tempo aiutò il bambino a sopravvivere e che spinge l’adulto ad abbracciare una professione volta ad aiutare gli altri, si trovano anche le radici del disturbo. Esso continua a indurre colui che si propone per portare aiuto a voler soddisfare su persone sostitutive i bisogni non appagati nell’infanzia.”

Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé

Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé, Bollati Boringheri

L’infanzia viene quindi descritta come il terreno in cui attecchiscono i semi del disagio futuro. La radice della sofferenza è da leggersi nel tipo di rapporto che si instaura tra il bambino e i genitori. Il bambino dotato, il bravo bambino modello che è l’orgoglio di mamma e papà,  si forgia attraverso sottili violenze, fisiche e psicologiche, che vanno dalle prevaricazioni ai maltrattamenti più o meno evidenti. Violenze sottili e silenziose perché il bambino è in completa balia dei genitori, bisognoso del loro amore e pronto a idealizzarli completamente. Quel bambino, sensibile e ricettivo ai bisogni inconsci dei genitori e alle loro aspettative, desideroso di essere accettato e amato, cerca di adattarvisi. Mette così da parte le proprie esigenze, a partire da quella primaria di essere amato per quello che è, amato in modo integrale e disinteressato e non perché si conforma ad un’immagine proiettata da madre e padre.

Per trovare il proprio Sé autentico si rende necessario dunque vivere i sentimenti negati come la rabbia, la gelosia, l’odio, la paura, quei sentimenti rimossi e soffocati da bambini per non disattendere le aspettative dei genitori. Sentimenti legittimi ed emozioni autentiche, che devono avere posto entro il nostro orizzonte emotivo.

Quel bambino nasconde i propri sentimenti più spontanei come la rabbia o l’indignazione, considerati inaccettabili dagli adulti e, così facendo perde la propria integrità originaria. Questo dramma è dunque quello descritto dal saggio della Miller: il venir meno della possibilità di sviluppare appieno la propria personalità, di trovare il proprio sé autentico o Vero sé. Nasce così il Falso sé, un’immagine preconfezionata che risponde all’aspettativa degli altri, in primis i genitori. Quel bambino così “perfetto”, che dimostra precocemente di saper badare a sé stesso, sviluppa una profonda insicurezza emotiva e fa i conti con un vero e proprio “impoverimento psichico”. Da adulto il bambino dotato rischierà di andare incontro alla depressione oppure, in altri casi non più fortunati, costruirà una facciata di grandiosità, una difesa per celare il proprio vuoto emotivo. Lo schema di comportamento introiettato, inoltre, lo predisporrà a ripetere i comportamenti subiti dai genitori con i propri figli. Soltanto con loro, infatti, quello che è stato un “bambino modello” può rivalersi, assumendo una posizione di forza, in un circolo vizioso che può essere rotto soltanto attraverso un percorso di riscoperta del proprio “destino infantile”, la ricerca del vero Sé.

Colui che abbia intrapreso una professione tra le relazioni d’aiuto, secondo queste riflessioni, è stato dunque  egli stesso un bambino “usato” dai propri genitori per compensare le carenze affettive; proprio grazie a ciò ha sviluppato la sua peculiare sensibilità e l’empatia. È il suo vissuto particolare a renderlo adatto a svolgere la professione giacché egli è in grado di comprendere profondamente cosa significhi rinunciare al proprio Sé autentico.

“La sensibilità dello psicoterapeuta, la sua capacità di provare empatia, il suo essere provvisto di finissime «antenne», rimandano proprio al suo essere stato usato – se l’uso non era addirittura degenerato in abuso – da genitori che soffrivano di carenze affettive. Naturalmente, in teoria esiste anche la possibilità che un bambino sia cresciuto con genitori che non avevano bisogno di abusarne, che cioè ne abbiano visto e compreso la vera natura, ne abbiano tollerato e rispettato i sentimenti. Questo bambino avrebbe poi sviluppato un sano sentimento di autostima. In tal caso però è quasi impossibile che questo bambino: 1) abbracci in seguito la professione di analista; 2) sviluppi un’adeguata sensibilità per gli altri nella stessa misura dei bambini che sono stati «usati»; 3) sulla base del proprio vissuto, possa mai arrivare a comprendere con sufficiente chiarezza che cosa significhi «aver tradito il proprio Sé». Ritengo dunque che proprio le nostre vicende infantili possano metterci in grado di esercitare la professione di psicoterapeuti, ma solo a patto che nella nostra terapia personale abbiamo avuto la possibilità di convivere con la verità del nostro passato e di rinunciare alle illusioni più grossolane. In altre parole: se siamo riusciti a sopportare la consapevolezza che, pur di non perdere il poco che avevamo, siamo stati costretti a soddisfare i bisogni inconsci dei nostri genitori a spese della nostra autorealizzazione; e, in secondo luogo, se abbiamo potuto vivere la ribellione e il lutto per la mancata disponibilità dei genitori nei confronti dei nostri bisogni primari. Infatti, se non abbiamo mai vissuto e, di conseguenza, non abbiamo elaborato la nostra disperazione e la relativa rabbia impotente, rischiamo di trasferire sui pazienti la situazione ancora inconscia della nostra infanzia. Né ci sarebbe da stupirsi se bisogni inconsci e profondamente rimossi inducessero il terapeuta a servirsi di un essere più debole per renderselo disponibile al posto dei genitori. Nulla di più facile che ciò accada con i propri figli, con i sottoposti e con i pazienti, che talvolta dipendono come bambini dal terapeuta. Un paziente dotato di «antenne» nei confronti dell’inconscio del terapeuta non mancherà di reagire prontamente. Non tarderà a «sentirsi» autonomo, e si comporterà in questo modo non appena si accorgerà che al terapeuta preme di ottenere alla svelta pazienti autonomi, che manifestino un comportamento sicuro. Anche in questo egli riuscirà, così come riesce in tutto quel che ci si aspetta da lui. Ma questa «autonomia», che non è autentica, sfocia nella depressione. L’autonomia vera presuppone l’esperienza della dipendenza. È solo al di là del sentimento profondamente ambivalente della dipendenza infantile che sta la vera liberazione. Il desiderio del terapeuta di ottenere conferma, sintonia e comprensione e di essere preso sul serio viene soddisfatto dal paziente che porta un «materiale» in accordo con il bagaglio di conoscenze dell’analista, in accordo con le sue teorie e coerente con le sue attese. Il terapeuta esercita in tal modo lo stesso tipo di manipolazione inconscia cui era stato esposto da bambino. Certo, la manipolazione consapevole egli l’ha già da tempo smascherata, e se n’è liberato. Ha imparato anche a manifestare e sostenere le proprie opinioni. Ma la manipolazione inconscia è impossibile che un bambino riesca a smascherarla: è come l’aria che respira, è un fatto normale rispetto al quale non conosce alternative. Che cosa capita però se ancora da adulti, da terapeuti, non riconosciamo che si tratta di un’aria mefitica? Vi esporremo senza esitazione anche altre persone, ritenendo di fare ciò che è meglio per loro. Quanto più riesco a farmi un’idea precisa delle manipolazioni inconsce operate sui figli dai genitori e sui pazienti dai terapeuti, tanto più mi appare urgente la necessità di risolvere la rimozione. Non soltanto in quanto genitori, ma anche in quanto terapeuti abbiamo l’obbligo morale di imparare a riappropriarci sul piano emotivo del nostro passato. Dobbiamo imparare a essere in grado di vivere e di chiarire i nostri sentimenti infantili, per non aver più bisogno di manipolare inconsciamente i pazienti in base alle nostre teorie e per poter lasciare loro la libertà di diventare quello che sono. Soltanto l’esperienza dolorosa della nostra verità e la sua accettazione possono liberarci dalla speranza di trovare ancora dei genitori empatici che ci capiscano – forse cercandoli nei pazienti stessi – e di potercene assicurare la disponibilità, magari come risposta alle nostre acute interpretazioni. Questa tentazione non va sottovalutata. Solo di rado, o forse mai, è successo che i nostri genitori siano stati ad ascoltarci come fanno in genere i pazienti, e mai essi ci hanno offerto una visione altrettanto sincera e comprensibile del nostro intimo, rispetto a quella offerta a volte dai pazienti. Ma il lavoro del lutto, che nella nostra vita non sarà mai concluso, ci aiuterà a non cadere vittime di questa illusione. I genitori di cui un tempo avremmo avuto assoluto bisogno – genitori empatici e aperti, comprensivi e comprensibili, disponibili e «utilizzabili», trasparenti, chiari, senza contraddizioni indecifrabili, privi di caratteristiche angoscianti – genitori così non li abbiamo mai avuti. Una madre potrà essere empatica solo se si è liberata della propria infanzia, ed è costretta a reagire in maniera non empatica finché continuerà a portare le catene invisibili che le derivano dal negare il proprio destino infantile. Lo stesso vale per i padri. Ciò che invece esiste è quel tipo di bambino intelligente, sveglio, attento, estremamente sensibile e, in quanto proteso interamente al bene dei genitori, anche disponibile, utilizzabile e soprattutto trasparente, limpido, su cui si può contare, manipolabile sino a che il suo vero Sé (il suo mondo affettivo) rimane confinato nella cantina della casetta trasparente in cui è costretto ad abitare talvolta fino all’adolescenza e non di rado finché non sia diventato genitore egli stesso.”

Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé

Come riuscire a sostenere dunque questi bambini nella crescita, pur lasciandoli liberi di esprimere i loro personalissimi talenti? I piccoli sono così disponibili all’attivazione che questo loro grande e immenso talento rischia di diventare, nelle mani degli adulti, un dono e, contemporaneamente, un’arma.

Due libri potenti, ciascuno che riflette maggiormente l’epoca in cui è stato scritto, ma che fanno nascere tante domande in coloro che si affacciano professionalmente alla professione di aiuto, in tutti coloro che desiderano diventare veramente adulti che non rinnegano più se stessi, per essere liberi di esprimere pienamente il proprio sé e desiderano diventare genitori consapevoli e costruttivi.

Tra le altre fonti di questo articolo, è possibile consultare sul libro di Alice Miller il sito della Fenice, il sito di Temenos, il sito di State of Mind, il sito di Counseling Post e quello di Néapolis

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