Cosa sono le V.I.S.S.I. e come possono aiutare la comunicazione

Un bel grafico estratto dal libro Microcounseling e Microcoaching di Enrichetta Spalletta e Flavia Germano

Nella prima fase del counseling, anche detta fase eplorativa, dopo aver fissato il primo appuntamento con la persona per un primo colloquio,  ci troviamo di fronte a qualcuno che ha la necessità di essere ascoltato e compreso. In questo momento, sarà bene tenere presente che il counselor dovrà soprattutto costruire la relazione su tre pilastri: la comprensione, l’accoglienza, l’empatia. In questa prima fase, sarà importante ottenere la fiducia del cliente e cogliere la sua capacità di disidentificarsi e cogliere punti di vista oltre a quelli soggettivi per intraprendere con successo il percorso con l’operatore. Sarà quindi necessario definire la relazione, costruire un rapporto costruttivo tra counselor e cliente e dare accoglienza attraverso la creazione di un campo, in cui sia percepito un livello paritario tra l’operatore e la persona, che sia però diverso da quello che è possibile costruire in un rapporto amicale, familiare o amoroso. Il counselor raccoglierà la storia del cliente per ricostruire il quadro e il contesto di riferimento, ma senza indagare in nessun modo nel passato della persona. Sarà infatti importante tenere sempre a mente che il counseling lavora sul presente per costruire un futuro soddisfacente e non si soffermerà mai sul passato, se non per avere un quadro più completo della situazione. 

In questa prima fase, il counselor deve fare molta attenzione a evitate le cosiddette VISSI. Questa parola è l’acronimo di: valutazione, interpretazione, sostegno, soluzione, indagine e rammenta al counselor in estrema sintesi dove possono annidarsi errori che comprometterebbero ogni possibile conquista. Il counseling è caratterizzato dalla risultante di capacità di ascolto attivo e profondo, accettazione senza giudizio e fiducia nelle tendenza attualizzante di ogni persona e ciò comporta quell’ astenersi dall’oltrepassare il confine oltre il quale si imporrà un rapporto asimmetrico con la persona/cliente.

La valutazione è la tendenza a esprimere un giudizio su quanto viene detto dalla persona. Questo può essere espresso attraverso un commento che potrebbe indurre nel cliente un senso di inadeguatezza e portare a inibire un certo tipo di racconti per poi manifestarsi attraverso la frustrazione, l’inibizione, la ribellione, la compiacenza, la colpa, l’angoscia e la rabbia, sentimenti che la persona si trova a vivere magari già negli altri contesti difficoltosi della sua vita, in cui le relazioni potrebbero non essere ottimali ed essere anche la motivazione per la quale si è rivolta all’aiuto di un counselor. Una risposta di valutazione da dare al cliente potrebbe essere quella che nasconde un atteggiamento paternalistico, come presente in questi esempi: non è corretto, hai fatto bene, non si deve, è qui che sbagli. 

Illustrazione di Benjamin Lacombe

L’interpretazione riguarda una disposizione a interpretare e trarre conclusioni in base a pochi dati raccolti attraverso il racconto del cliente. Bisogna quindi fare estrema attenzione a esprimere opinioni personali, di critica e approvazione che cerchino un significato diverso da quello che viene detto dal cliente. E’ opportuno che l’operatore faccia dunque attenzione alle proprie spiegazioni riguardo a quanto ascolta e non attribuisca significati in base al proprio mindset personale. La tendenza a generalizzare o ad avere una visione che porti a una diagnosi (oltretutto inopportuna da parte di un counselor che non ha le adeguate competenze per fare questa tipologia di lavoro specifico) rischia di allontanare tantissimo il cliente attraverso una eventuale distorsione e deformazione del pensiero altrui, che proietta parti dell’operatore sulla persona, che potrebbe provare e sviluppare dunque resistenza, disinteresse, incomprensione, sospetto. La risposta di valutazione prevede un’analisi arbitraria da parte del counselor e potrebbe essere strutturata attraverso le seguenti frasi: so bene perché, questo significa che, fai così perché, vuol dire che. Questa tipologia di interazione è una forte rettifica del messaggio e, oltre a provocare un importante blocco della comunicazione, può anche sollevare molta irritazione.  

Illustrazione di Sofia Figliè

Il sostegno, in particolare nella fase iniziale, è un atteggiamento che può essere sentito come molto naturale, perché potrebbe apportare incoraggiamento, consolazione, compensazione. La conseguenza a un atteggiamento del genere potrebbe essere il fatto che la persona non si farà carico, durante il percorso, della presa di responsabilità rispetto a se stessa e al proprio cambiamento. Il sostegno generalmente porta la persona a sviluppare dipendenza, sottomissione e passività da parte del cliente. La risposta di sostegno-consolazione rivela un atteggiamento materno. Talvolta, può arrivare attraverso le frasi: non è niente, è normale che, non devi preoccuparti, capita a tutti di. La persona rischia di provare una forte svalutazione per quello che prova e, in definitiva, farà fatica a sentirsi veramente compresa. Provoca in chi parla il sentirsi svalutati in ciò che si prova e non compresi per quello che voleva essere il vero messaggio comunicato.  

Illustrazione di Camelo Zampa

La soluzione è la tendenza a trovare delle vie d’uscita per il cliente al suo posto. Analogamente al sostegno, attraverso il suggerimento di possibili soluzioni, è molto facile che il counselor rischi di proiettare qualcosa che appartiene al suo modo di essere, di pensare, di risolvere i problemi. In questo modo, l’operatore tiene a bada la propria ansia di non riuscire a essere efficace per il cliente  e non attende con pazienza i tempi del cambiamento dell’altro. Il tentativo di offrire alla persona una soluzione può indurre sgomento, ansia da prestazione, blocco dell’auto-esplorazione e della ricerca di una condotta autonoma. La proposta di soluzioni precostituite si  manifesta generalmente attraverso l’uso delle seguenti frasi: la cosa migliore da fare è, al tuo posto farei, basta che, perché tu non. Il grosso rischio che si corre in questo caso è che la persona si adatti alla soluzione proposta dal counselor senza condividerla veramente.  

Illustrazione di Francesco Ciccolella

L’indagine è la tendenza a fare delle domande e delle richieste troppo insistenti e accurate che vadano a scandagliare con precisione tematiche che interessano maggiormente l’operatore e non il cliente. Nella persona può causare ostilità e chiusura, difesa, cambiamenti rilevanti nella relazione comunicativa. Il discorso non deve quindi essere orientato verso informazioni che rischino di distogliere l’attenzione da ciò che l’altro ci racconta in quel momento, lo facciamo divagare, magari interrompendo l’emozione che stava emergendo dal suo racconto e vengono indotte delle risposte attraverso le quali è possibile che venga manifestata ostilità. La risposta inquisitoria arriva attraverso un uso manipolatorio della domande: perché, mi chiedo, non mi avevi detto, quando. E’ opportuno ricordare che, inoltre, talvolta da parte dell’operatore è anche segno di profondo rispetto attendere che l’altro si senta di comunicare alcune cose che potrebbero essere difficili, per cui i tempi possano dunque ritenersi da un certo momento in poi maturi per affrontare alcuni argomenti delicati.

Illustrazione di Mauro Gatti

L’arte dell’ascolto generata dal rispetto di questi parametri è qualcosa di cui il counselor potrà beneficiare anche nei propri rapporti interpersonali. Sarà infatti evidente che osservare queste indicazioni in tutte le dinamiche comunicative della persona counselor potrà portarla a esercitare la congruenza di cui parla Rogers e aiutarlo dunque anche a crescere come essere umano. 

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Illustrazione di Jessica Campo

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